A historical perspective
Come
si formano le montagne? Sono sempre state lì oppure si sono evolute nel tempo?
E se sono cambiate, con quale velocità? Tutte domande apparse più volte sulle
bocche di chiunque si sia trovato a maledire una salita in bicicletta o a
godere di una discesa sugli sci. Da oggi abbiamo qualche risposta in più,
grazie ad una serie di studi apparsi nel corso dell’ultimo anno su varie
riviste scientifiche internazionali che stanno mettendo in luce un insospettato
dinamismo nella vita delle montagne. Da più parti si è arrivati a parlare di
“tettonica a Yo-Yo” o di “tettonica a fisarmonica” per indicare come le catene
montuose, lungi dall’essere entità quasi immutabili, passino attraverso varie
fasi di “costruzione”, in cui la topografia sale, e di “distruzione” o collasso
(e vanno quindi su e giù, come un yo-yo, per l’appunto). Come dire che
periodicamente non sarebbe stato necessario essere Pantani per andare da Torino
a Lione ma sarebbe bastata la bicicletta del postino, ecco. Prima di vendere la
mountain bike nuova, però, è bene notare che ogni ciclo, ogni giro dello yo-yo,
dura un periodo variabile tra i 5 ed i 10 milioni d’anni. Uno yo-yo geologico.
Per
capire la portata di queste nuove scoperte, però, è bene partire da lontano,
seguendo l’evoluzione del pensiero scientifico negli ultimi 400 anni, per vedere
come teorie via via più raffinate sull’evoluzione delle catene montuose (un
processo detto orogenesi dal greco oros, monte e genesis, nascita) si siano progressivamente affermate per poi
venire spazzate via da idee più innovative. A partire da Leonardo le catene
montuose sono state oggetto di studi sistematici animati sia dalla pura
curiosità scientifica di svelare i segreti della loro formazione sia dalla
constatazione che la formazione di vari tipi di giacimenti minerari è legata
alla loro evoluzione. Partiamo da Leonardo, quindi. Un genio di quella portata,
passeggiando sull’Appennino toscano, non potè fare a meno di notare la presenza
di oggetti molto simili a conchiglie di molluschi marini. Visto che queste
conchiglie fossili si trovavano a diverse centinaia di metri sopra il livello
del mare, Leonardo trasse la conclusione, rivoluzionaria per quei tempi, che la
superficie terrestre è in continuo cambiamento ed evoluzione.
Galileo fu tra i primi a chiedersi il perchè della presenza di fossili di organismi marini ad alta quota nell'Appennino toscano
Dopo
Leonardo, i primi studi scientifici (o pseudo tali) furono compiuti da nobili
inglesi e francesi, che iniziarono a calare in massa sulle Alpi tra il ‘700 e
l’800, per assicurarsi le prime salite delle vette più ambite, Monte Bianco
compreso. Quale scusa migliore che il movente scientifico per queste costose
spedizioni alpinistiche? Peccato che, negli eleganti salotti londinesi,
raccontando di queste grandi ‘imprese scientifiche’ ci si dimenticasse spesso di
citare le decine di guide locali impiegate per farsi trasportare (talvolta in
maniera letterale) sulle vette. In questo periodo iniziò a farsi spazio l’idea,
cosiddetta fissista, che le montagne
si sviluppassero per il movimento verticale di masse rocciose calde rispetto a
rocce circostanti più fredde.
Le teorie
fissiste spiegano la presenza di rilievo topografico come conseguenza
del riscaldamento e raffreddamento differenziale di diverse parti della
crosta terrestre
Questa visione dominò incontrastata fino al 1870-1890,
quando lo svizzero Eduard Suess ed il francese Marcel Bertrand per primi portarono
avanti l’ipotesi mobilista, secondo
la quale l’ispessimento della crosta osservato nelle catene montuose è prodotto
da movimenti orizzontali a grande scala. Tali movimenti orizzontali portano all’accavallamento
di unità rocciose lungo piani di scivolamento poco inclinati e alla formazione
di grandi pieghe “coricate”, analoghe a quelle che si vedono in un tappeto
spinto sul pavimento. Questa idea, come capiterà a tutte le successive
innovazioni introdotte nel ventesimo secolo, fu inizialmente fronteggiata
dall’ostracismo della maggior parte degli studiosi del tempo.
Prove
spettacolari di movimenti orizzontali a grande scala abbondano nelle
catene montuose. Tali movimenti sono assorbiti sia tramite piegamento
che attraverso il movimento lungo piani di scivolamento, detti thrust
I movimenti orizzontali delle placche
continentali portano alla formazione di strutture spettacolari, come
nel caso di queste pieghe nelle MacDonnell Ranges, in Australia
Ma
ci volle il genio del francese Emile Argand (l’Einstein delle geologia), attivo
tra il 1920 ed il 1930, per elevare queste idee seminali a teorie ampiamente
condivise. Argand mostrò come la struttura delle Alpi fosse il prodotto
dell’accavallamento di unità rocciose provenienti da sud (dall’Africa) al di
sopra del continente europeo dell’oceano originariamente interposto tra le due
placche.
La teoria di Argand sulla formazione delle Alpi prevedeva l'accavallamento della placca africana su quella europea
Detta
così, l’idea di Argand, che richiede l’esistenza di significativi movimenti
orizzontali a scala continentale, assomiglia moltissimo alla teoria della
tettonica delle placche, originariamente formulata da Wegener, con pochissima
fortuna, solo pochi anni prima. Secondo la teoria della tettonica delle
placche, catene montuose, vulcani e terremoti sono legati all’interazione tra
le placche continentali ed oceaniche, le quali si muovono una rispetto
all’altra, convergendo o divergendo, come pezzi di un puzzle spalmato sulla sfera
terrestre.
Le placche continentali ed
oceaniche ricoprono il nostro pianeta come pezzi di un puzzle. Il moto
di convergenza relativa tra le placche Africana, Araba ed
Indo-Australiana a sud e la placca Euro-Asiatica nord è responsabile
della fomazione della catena Alpina-Himalayana
Quando
due placche convergono, la deformazione lungo i loro margini genera grandi
catene montuose, come quella Alpina-Himalayana, che si estende in maniera
pressoché continua dalla Spagna alla Nuova Zelanda, passando per le nostre
Alpi, la Grecia, la Turchia e poi giù giù verso l’Himalaya e la Thailandia.
La catena Alpina-Himalayana si estende fino a Milford Sound, in Nuova Zelanda
Per
sfortuna di Wegener, però, queste idee si affermarono a livello internazionale solo
alla fine degli anni ’60, e solo, paradossalmente, grazie a studi condotti sul
fondo degli oceani. In mezzo ci fu un nuovo periodo di deriva fissista, durante
il quale il povero (e geniale) Wegener fu isolato e deriso. Destino che non
toccò ad Argand, forse più bravo del collega a lasciare cose non dette,
evitando lo scontro frontale con il paradigma del tempo, ma mostrandole nei
suoi disegni che, presi in mano oggi, raccontano di una grande consapevolezza
della veridicità dell’ipotesi wegeneriana.
E
dopo Argand? Poco o niente. Le sue idee furono adattate ai dettami della
tettonica delle placche, tornata in auge alla fine degli anni ’60, forse
ritenendo di essere giunti (un’altra volta!) alla comprensione dell’evoluzione
delle Alpi. Si arrivò così a formulare il nuovo paradigma sull’evoluzione delle
catene montuose, secondo il quale la loro evoluzione avverrebbe in due stadi.
Le
teorie più comunemente accettate per l'evoluzione delle catene
montuose, fino alla fine del ventesimo secolo, prevedevano l'esistenza
di un primo stadio, in cui le rocce vengono portate in profondità,
seguito dal loro trasporto verso la superficie
In
un primo stadio la convergenza tra placche viene assorbita tramite
l’accavallamento di unità rocciose che si trovano lungo il margine delle
placche stesse. A causa di tale accavallamento le rocce vengono portate in
profondità, sepolte sotto le rocce sovrastanti. In un secondo stadio, grazie all’azione
combinata di erosione e deformazione, queste rocce possono nuovamente essere
riportate verso la superficie, dove le osserviamo oggi. Queste idee, basate
principalmente su studi di variazioni mineralogiche nelle rocce che
costituiscono le catene montuose, si cristallizzarono nelle menti di molti
scienziati, che per molto tempo non fecero altro che cercarne delle conferme.
Così le Alpi, fino ad allora fonte di tutte le nuove teorie e delle idee più
provocatorie finirono in un angolo, schiacciate da tutto questo passato e dalla
presunzione di aver già detto tutto, di aver già scoperto lo scopribile.
Peccato. Altrove si iniziò a galoppare, fortunatamente. Senza il peso di un
passato con cui confrontarsi, contro il quale giustificarsi.
Così, nella seconda metà degli anni ’90, nella Catena Betica,
in Spagna, in Nuova Caledonia (un’isola sotto il protettorato francese sperduta
nell’Oceano Pacifico), in Utah e nell’Australia orientale vari gruppi di
ricerca cominciarono a mettere in evidenza crepe sostanziali in questa visione
semplicistica, mostrando come, nel corso della loro evoluzione, le catene montuose possono andare incontro a varie fasi
di costruzione e successivo smembramento. In pratica, periodi dominati da una
deformazione compressiva (facilmente prevedibile trovandosi lungo margini di
placche convergenti) possono essere seguiti da fasi a deformazione estensionale
dominante, in cui l’intera catena montuosa viene stirata e collassa.
Studi
recenti hanno messo in evidenza che le catene montuose hanno
un'evoluzione a fisarmonica, caratterizzata dall'alternanza di
compressione ed estensione
Questa
evoluzione a fisarmonica non risuonò molto bene all’interno della comunità
geologica internazionale. Risultati difficili da far accettare all’establishment , ancora una volta.
Risultati contrari al senso comune. Come giustificare il fatto che, lungo un
margine di placca convergente, una catena montuosa possa accorciarsi, poi stirarsi,
poi accorciarsi di nuovo e così via? Una prima risposta, molto convincente, si
basa sul comportamento delle zone di subduzione.
La subduzione è un processo comunemente osservato lungo i margini di placca
convergenti, dove la convergenza può essere accomodata dallo sprofondamento di placche
oceaniche, più dense, al di sotto di catene montuose e placche continentali,
meno dense. Questo sprofondamento, attraverso il quale rocce fredde vengono
portate in profondità, rappresenta uno dei meccanismi più efficienti attraverso
i quali il nostro pianeta si raffredda progressivamente.
Se
la velocità di sprofondamento verticale della placca oceanica è bilanciata dal
moto orizzontale di convergenza relativa, allora la catena montuosa si trova in
uno stato di equilibrio. Se, invece, come spesso accade, la velocità di
convergenza è insufficiente e lo sprofondamento è troppo rapido, l’interfaccia
tra la placca in subduzione e quella sovrastante arretra rapidamente e la
catena montuosa, per seguire questo arretramento, deve stirarsi
orizzontalmente. Un nuovo aumento della velocità di convergenza tra le due
placche può porre fine a questo arretramento e tradursi in una nuova fase di
raccorciamento della catena montuosa. Ecco quindi spiegata l’evoluzione a
fisarmonica.
La subduzione è uno dei
processi geodinamici fondamentali per il raffreddamento del nostro
pianeta. La tendenza all'affondamento delle placche oceaniche può
tradursi nell'arretramento del contatto con la placca superiore. Questo
moto retrogrado viene bilanciato dallo stiramento della placca
superiore
Ed eccoci arrivati a
quest’ultimo anno, particolarmente importante visto che le idee sull’evoluzione
a fisarmonica hanno trovato delle conferme determinanti ad opera di tre gruppi
di ricerca internazionali con base in Australia e Stati Uniti. Questi risultati
sono stati pubblicati sulle prestigiose riviste Earth and Planetary Science Letters , Journal of Metamorphic Geology e Tectonics e ulteriori aspetti sono attualmente in pubblicazione ad
opera della Geological Society of America. Questi tre gruppi, compiendo studi
indipendenti nelle Montagne Rocciose, in Turchia e nelle Alpi, hanno messo
seriamente in discussione una delle colonne portanti del paradigma dell’evoluzione
delle catene montuose a due stadi, secondo il quale unità rocciose vengono
portate in profondità e poi di nuovo verso la superficie una sola volta nel corso dell’evoluzione della catena montuosa.
Contrariamente a quanto creduto, invece, un gruppo della Research School of
Earth Sciences, in Australia, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze
Mineralogiche e Petrologiche dell’Università di Torino, studiando le variazioni
della composizione chimica di minerali formatisi in diverse fasi
dell’evoluzione delle Alpi, ha dimostrato che tali rocce sono discese e salite
attraverso la crosta per ben due volte durante l’evoluzione delle Alpi. Facendo
riferimento all’immagine della fisarmonica, le fasi di discesa sono avvenute
durante episodi di contrazione avvenuti circa 44 e 35 milioni di anni fa,
mentre quelle di risalita si sono verificate in seguito allo stiramento
orizzontale verificatosi circa 40 e 33 milioni di anni fa.
Quindi la vita delle montagne sta iniziando a mostrare un
lato sorprendentemente dinamico. Niente di così repentino come l’attività dei
vulcani o quella sismica, certo. Però la prossima volta che guarderemo le Alpi dal
balcone saremo autorizzati a vederci una vitalità insospettata fino a pochi
anni fa. Inutile sperare di vederle muoversi, però. Per quello bisognerà
aspettare ancora qualche milione d’anni.
Lo studio delle catene montuose è fondamentale per svelare i segreti del nostro pianeta
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